Fair Trade Rules-Translate From Italian To English
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ideazione di Andrea Angiolino
illustrazioni e grafica di Valeria De Caterini
a cura di Gaga Pignatelli, Claudia Piacenza
realizzazione di Pangea-Niente Troppo
ringraziamo di cuore quanti hanno collaborato e giocato con noi:
Alessandro, Alessia, Andrea, Barbara, Chiara, Cristina, David, Fabiana, Fabiano,
Federica, Francesco, Gioppe, Giovanni, Ilaria, Lucia, Maria Pia, Mauro, Pamela, Paola,
Sara, Saretta, Simone, Roberta, Valerio.
ringraziamo l’associazione ASAL (Roma) per la concessione all’uso della Carta di Peters
FairPlay è stato prodotto grazie al co-finanziamento dell’Unione Europea.
La Cooperativa Sociale Pangea-Niente Troppo si assume la piena responsabilità
dei contenuti di questo prodotto, che in nessuna circostanza possono considerarsi
espressione, o riflettere la posizione dell’Unione Europea.
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1 La Carta di Peters è il planisfero ad aree equivalenti dello storico tedesco Arno Peters , che rappresenta in modo egualitario tutti
i Paesi della Terra. In Italia la Carta di Peters è un’esclusiva ASAL (www.asalong.org).
Ogni Carta Filiera indica in quale fase della filiera ci troviamo, il
luogo in cui questa si svolge (espresso dal nome del
Paese, dalla bandiera corrispondente e dal continente) e
le caratteristiche di questa fase della filiera, riportando dei
punti verdi e/o neri.
Il colore della Carta Filiera caratterizza il continente, informazione
utile ai fini del gioco per controllare la localizzazione
della propria filiera (vedi “Come si gioca”).
Le Carte Mercato sono di 9 tipi, presenti in quantità diverse:
- 6 CARTE SPIONAGGIO INDUSTRIALE: guarda 3 Carte Filiera coperte sul tavolo senza mostrarle a nessuno e poi
rimettile al loro posto
- 6 CARTE SCAMBIO: scambia una Carta della tua filiera con una nella stessa posizione della filiera di un avversario
- 6 CARTE CAMPAGNAMEDIATICA: scarta 4 punti verdi e 5 punti neri rimettendoli sul tabellone
- 6 CARTE BOICOTTAGGIO: scarta 7 punti verdi e 10 punti neri rimettendoli sul tabellone
- 8 CARTE CONCORRENZA SLEALE: prendi la Carta Mercato in cima agli scarti e usala immediatamente (conta
come una sola azione: puoi quindi usare un’altra Carta nello stesso turno)
- 8 CARTE CONTAINER LIBERO: per questo turno non prendere i punti neri relativi ai trasporti della tua filiera
- 4 CARTE FAIR TRADE PREMIUM: annulla uno Scambio giocato sulla tua filiera da un avversario; prendi subito
un’altra Carta Mercato
- 8 CARTE RICICLO ECOLOGICO: prendi una Carta Mercato a scelta dal mazzo degli scarti
- 3 CARTE NUOVA OPPORTUNITÀ: prendi una Carta Filiera dal mazzo degli scarti
Ogni Plancia giocatore contiene le 6 tappe della filiera di partenza,rappresentate dalle 6 Carte Filiera stampate
sulla plancia. Nella filiera di partenza il cotone fa il giro del mondo! Il trasporto è rappresentato dalla
freccia nera negli spazi tra una tappa e l’altra, che inizialmente si svolgono in continenti diversi.
2. SCOPO DEL GIOCO
Rendere più equa la filiera di cotone!
Per riuscirci è necessario sostituire le tappe della filiera di partenza (rappresentata dalle plance giocatore) con
Carte che riducono l’impatto negativo della produzione (rappresentato dai punti neri), aumentano quello positivo
(rappresentato dai punti verdi) e accorciano il viaggio del cotone (passaggio da un continente all’altro). Per
migliorare la filiera è necessario scambiare le proprie Carte con quelle degli altri giocatori ed essere disposti a
ridurre il proprio vantaggio per permettere anche agli altri di migliorare la situazione di partenza.
Vince il primo giocatore che accumula 20 punti verdi in più rispetto ai punti neri (se, ad esempio, un giocatore
ha 26 punti neri e almeno 46 punti verdi).
Se tutti i punti verdi vengono distribuiti ai giocatori, la partita termina immediatamente: vince il giocatore
che ha lo scarto maggiore di punti verdi.
Non è detto, però, che il gioco si concluda con un vincitore!
Infatti, se tutti i punti neri messi all’inizio della partita sul Tabellone di gioco vengono accumulati dai giocatori,
la partita termina immediatamente e tutti perdono. In questo caso, i punti verdi non contano.
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Gli effetti negativi di una produzione squilibrata si ripercuotono su tutti: non giochiamo da soli a questo
mondo!
3. PREPARAZIONE
Scegliete o sorteggiate un banchiere e disponete il Tabellone di gioco sul tavolo.
Il banchiere:
• mischia separatamente le Carte Mercato e le Carte Filiera, fa alzare ognuno dei 2 mazzi e dà a ciascun giocatore
1 Carta Filiera e 3 Carte Mercato;
• dispone sul tavolo 25 Carte Filiera coperte, componendo 5 file da 5;
• mette sul Tabellone di gioco i 2 mazzi, girando la prima Carta di ogni mazzo per formare la base degli scarti;
• mette sul Tabellone di gioco tutti i punti verdi e 30 punti neri per ogni giocatore (ad esempio, in 4 giocatori
ci saranno 120 punti neri).
Ogni giocatore, da quello a sinistra del banchiere in senso orario, sceglie una plancia con cui giocare
4. COME SI GIOCA
Si gioca a turno. Ogni turno è fatto di 5 fasi: il giocatore cui spetta il turno deve chiudere ciascuna di esse
prima di passare alla successiva.
Inizia il giocatore a sinistra del banchiere, poi il turno passa al giocatore successivo in senso orario.
Le 5 fasi di ogni turno sono:
1. Approvvigionamento
2. Ricerca
3. Competizione globale
4. Miglioramento della filiera
5. Impatto di produzione
Durante il proprio turno di gioco, ciascun giocatore non può giocare più di 2 Carte Mercato. Le può gioca
re nelle fasi che preferisce. L’effetto di ogni Carta giocata è spiegato sulla Carta stessa.
NOTA: la Carta Concorrenza sleale e la Carta giocata grazie ad essa contano come una sola, per cui
in quello stesso turno il giocatore ne può giocare un’altra.
L’unica Carta che è possibile giocare anche nel turno degli altri giocatori è il Fair Trade Premium, da utilizzare
quando si vuole impedire ad un altro giocatore di giocare uno Scambio sulla propria filiera. In questo caso, si
scarta il Fair Trade Premium e si pesca subito un’altra Carta Mercato, annullando l’effetto dello Scambio.
Le Carte usate si mettono in cima agli scarti, nell’ordine in cui si usano.
1. Fase “Approvvigionamento”
Il giocatore in turno pesca 2 Carte Mercato dal mazzo.
2. Fase “Ricerca”
Il giocatore in turno prende 2 delle Carte Filiera coperte in tavola, senza farle vedere agli altri.
Decide se tenerle, oppure cambiarne una o entrambe, pescando dal resto delle Carte rimaste coperte, questa
volta senza guardare.
Il banchiere rimpiazza le 2 Carte scelte con altrettante prese dalla cima del mazzo delle Carte Filiera.
3. Fase “Competizione globale”
Il giocatore in turno può scambiare con gli altri giocatori le Carte Filiera, le Carte Mercato, i punti verdi e i
punti neri in suo possesso, cedendo Carte in cambio di altre Carte e/o punti. In questa fase, gli altri giocatori
non possono fare scambi tra loro.
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FILI E FILIERE
FILI E FILIEREFILI E FILIERE
Capire la globalizzazione partendo da un batuffolo di cotone. Il mercato globale del cotone affonda le sue radici nei
modelli coloniali di scambio tra Nord e Sud del mondo, è innaffiato da manipolazioni genetiche e pesticidi e germoglia per
essere raccolto da mani che lavorano senza tutela.
Quando scegliamo un indumento di cotone possiamo decidere di indossare l’ingiustizia del mercato globale o possiamo
scegliere di sentire sulla nostra pelle la condizione di un contadino africano o di una tessitrice indiana, vestendo di solidarietà
una scelta quotidiana.
La parola “filiera”, oggi utilizzata per indicare i processi produttivi che dalla materia prima portano alla realizzazione di
un prodotto finito, nasce da uno degli elementi delle macchine con cui si costruivano i filati. Fili intrecciati da dipanare e
tessere per narrare nuove trame.
Il mercato globale
La globalizzazione economica interessa quelle regole e politiche che favoriscono il libero agire economico a livello internazionale,
rompendo steccati, protettorati, politiche nazionali doganali e vincoli pubblici, per favorire il libero accesso al
mercato mondiale.L’accesso all’economia globale appare così possibile per tutti,a condizione che se ne conoscano e sfruttino
i concetti chiave: competitività, innovazione, libera iniziativa, privatizzazione, produttività.
Si può guardare a questo fenomeno da diverse angolazioni. Una prospettiva meno raccontata, tuttavia, è quella dei produttori
delle materie maggiormente scambiate nel mercato globale (alimenti, fibre, tessili, minerali). É la prospettiva di
uomini e donne in prevalenza del Sud del mondo, che hanno quotidianamente a che fare con un tema più semplice e
diretto: i prezzi dei loro prodotti.
Prezzi in caduta
Il prezzo internazionale del cotone si è costantemente abbassato dal 1953 ad oggi, ed in particolare tra il 1960 ed il 1984
è sceso dello 0,2% medio annuo. Dopo questa data, la caduta del valore di questo prodotto sul mercato internazionale è
ulteriormente peggiorata, diminuendo dello 0,9% del suo prezzo ogni anno, arrivando ad un picco negativo nel 2002.
Per contro, dal 1985, gli Stati Uniti hanno iniziato a sovvenzionare i propri produttori di cotone, distorcendo nei fatti il
“libero” mercato con il ricorso ai sussidi. Cosa è un sussidio?
La questione dei sussidi
Il sussidio è una forma di sostegno alla produzione, attraverso cui i governi aiutano i produttori del proprio paese ad
abbassare i costi di produzione. Ad oggi, l’ammontare dei sussidi mondiali a sostegno delle produzioni del Nord del pianeta
corrisponde a sei volte il totale globale di quanto viene investito in ogni attività di cooperazione internazionale (360
miliardi di euro contro 55). L’Unione Europea spende quasi la metà del suo bilancio totale in sussidi all’agricoltura dei paesi
che la compongono.
I sussidi producono un effetto molto semplice, che si spiega bene con il seguente esempio.
Un piccolo produttore di cotone del Mali con due ettari di terreno ricava annualmente una cifra equivalente a 400 dollari,
appena sufficienti a sopravvivere, ma non a mandare a scuola i propri figli. Nello stesso anno, i 25.000 agricoltori statunitensi
che producono cotone (gli USA sono il secondo produttore mondiale di cotone dopo la Cina) ricevono per la stessa
superficie 500 dollari di sussidio statale per il solo fatto di produrre il cotone. La conseguenza di questa pratica è immediata:
i produttori americani possono venderlo ad un prezzo molto basso. E le quotazioni mondiali crollano. Un vero e proprio
atto di dumping all’esportazione, in cui meccanismi economici interni rendono possibile la vendita sottocosto di un
prodotto, operando nei fatti una concorrenza sleale.
Questa caduta dei prezzi ha un impatto diretto su economie già svantaggiate, come quelle dell’Africa Centrale ed
Occidentale – che producono circa il 5,6% del cotone mondiale e dove più di metà della popolazione vive sotto la soglia
della povertà.
Paesi come il Mali, il Burkina Faso, il Ciad, il Benin (in cui il cotone contribuisce all’export nazionale rispettivamente per il
34, il 45, il 40 e il 65%) sono altamente dipendenti dai ricavi della vendita del cotone, che coinvolge almeno 12 milioni di
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persone. Nonostante i bassi costi di produzione e i buoni risultati qualitativi e produttivi, questi ed altri paesi africani stanno
perdendo tanto quote di mercato, quanto introiti, causa le distorsioni nel mercato create dai sussidi.
Alla conclusione della conferenza del WTO di Hong Kong (18 dicembre 2005),la “questione cotone”è stata riconosciuta
di primaria importanza,tanto da far esprimere il bisogno di una regolamentazione futura.Ma futuri sembrano anche i gesti
concreti di cambiamento. Gli Stati Uniti si sono impegnati a eliminare tutti i sussidi all’esportazione entro il 2006. Ad oggi
però l’accordo sottoscritto non risolve la questione. Negli Stati Uniti attualmente dei 4.200 milioni di dollari che il governo
destina ai produttori nazionali, solo 250 milioni sono riconosciuti come “sussidi all’esportazione”. I restanti “sussidi interni”
permangono. E il problema rimane invariato.
Le “zone franche”: un’opportunità o una minaccia?
La produzione di cotone destinata all’esportazione genera situazioni problematiche soprattutto nei paesi del Sud del
mondo, anche a seguito della presenza in questi paesi delle cosiddette “zone franche”.Le zone franche di esportazione,
chiamate maquiladoras in America Latina per la massiccia presenza di maquilas (impianti produttivi ad alta intensità di
manodopera sottopagata) sono enclavi industriali concepite per attrarre investitori stranieri. Circoscritte dal punto di vista
geografico, godono di vantaggi infrastrutturali e fiscali da parte del governo ospitante, come burocrazia e legislazione agevolate.
Se, da un lato, le zone franche creano posti di lavoro e attraggono capitali, le ricadute positive sul paese ospitante
sono spesso limitate. La presenza degli investitori è instabile e crea lavoro precario, pronto a scomparire non appena l’investitore
riesce a delocalizzare altrove ad un costo minore. Le aziende che lavorano in queste zone, inoltre, sono frequentemente
esenti dall’applicazione della legislazione sul lavoro. Ne consegue che i lavoratori percepiscono salari più bassi di
quelli nazionali e fanno più straordinari di quelli consentiti. Nella maggior parte dei casi i sindacati non hanno accesso alle
zone franche e libertà di associazione e diritto allo sciopero sono costantemente negati.
Quando il cotone sporca
La produzione del cotone coinvolge 300 milioni di persone in decine di paesi, nella massima parte al Sud del mondo. E’
tra le coltivazioni che più pesano sull’ambiente per l’alto utilizzo di acqua, fertilizzanti e pesticidi. Solo in India, il 54% dei
pesticidi utilizzati è impiegato nella coltivazione del cotone. L’uso di sostanze come l’endosolfano crea enormi danni
ambientali,come testimoniano contadini del Benin che oltre ai parassiti dannosi hanno visto morire serpenti,vermi e piante
circostanti alle piantagioni di cotone trattate con queste sostanze. Pratiche che danneggiano l’ambiente e pongono a
rischio salute ed economia degli agricoltori.
Il cotone è spesso coltivato in monocultura, ovvero su un solo terreno, in modo ripetuto di anno in anno. Questa pratica,
oltre a mettere a repentaglio la biodiversità, impoverisce la terra e rende necessario l’uso di fertilizzanti. Ma permette
anche ad erbacce e insetti nocivi di riprodursi, e di sviluppare più facilmente la capacità di resistenza ai prodotti usati per
eliminarli. L’agricoltore si vede così costretto ad aumentarne le quantità, innescando un circolo vizioso.
L’uso crescente di pesticidi aumenta i costi di produzione, senza garantire un aumento pari delle entrate, soprattutto
quando il prezzo dei prodotti chimici aumenta, come accade di frequente. Prigionieri di una spirale di indebitamento che
molti agricoltori riescono a spezzare solo a discapito della loro stessa vita. In questi ultimi anni, soprattutto in India e in
Africa, sono stati migliaia i casi di suicidio legati ad indebitamento tra i coltivatori di cotone.
Il cotone OGM
Per far fronte a rese minori e costi crescenti dei fertilizzanti, la Monsanto – una tra le maggiori multinazionali agroalimentari
– ha brevettato il cotone OGM Bt.
Le iniziali “Bt”stanno per Bacillus thuringiensis, ovvero batteri esistenti naturalmente nel terreno in grado di produrre tossine
nocive per gli insetti della famiglia dei lepidotteri. Attraverso manipolazioni genetiche, sono stati perciò isolati e inseriti
nei semi di cotone alcuni geni di queste tossine. Producendo quindi esso stesso i propri agenti tossici, il cotone Bt permetterebbe
così al coltivatore di ridurre le quantità di insetticida utilizzate. Questo cotone transgenico indurrebbe inoltre
un aumento dei rendimenti, diminuendo i danni causati dagli insetti nocivi.
Un vantaggio per la salute, per i guadagni e per l’ambiente? La realtà non conferma questi supposti vantaggi.
Le tossine Bt sono infatti nocive solo per alcuni insetti. Per molti altri, l’uso di insetticidi resta necessario: laddove sono
maggiormente presenti gli attacchi delle specie resistenti al cotone Bt, la riduzione delle dosi di insetticida è minima. Se da
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una parte i trattamenti con insetticidi a “largo spettro” vengono ridotti o abbandonati per l’adozione del cotone Bt, dall’altra
insetti un tempo considerati poco nocivi, possono diventare un problema. Qualunque siano i risultati esposti dai diversi
studi, la maggior parte di questi sono d’accordo almeno su un punto: il cotone Bt non garantisce rendimenti maggiori.
Nonostante l’entusiasmo dei suoi promotori, il cotone OGM non costituisce la soluzione miracolosa annunciata. Esistono
altre alternative, molto più rispettose della natura e delle popolazioni, come la lotta integrata e le coltivazioni biologiche,
che prevedono la riduzione dei fitofarmaci e l’utilizzo di organismi viventi (come funghi e batteri) per combattere le malattie
delle piante. Rimane comunque un dubbio di fondo: gli effetti che gli OGM possono causare sull’ambiente e sulla salute non
sono noti. Davanti all’incertezza, il principio di precauzione dovrebbe bastare a non sostenerne l’utilizzo.
Acque, care e amare acque
L’agricoltura assorbe il 69% dell’acqua dolce utilizzata nel pianeta. Le coltivazioni di cotone insieme a quelle di riso e
grano ricoprono il 58% delle terre irrigate, piazzandosi sul podio delle colture che richiedono maggiore irrigazione. La coltivazione
del cotone può essere distruttiva quando monopolizza l’acqua in zone con poche precipitazioni, come testimonia
il caso del lago prosciugato d’Aral in Uzbekistan. Questo lago, posto tra Uzbekistan e Kazakistan, era il quarto lago salato
più grande del mondo nel 1960. Quarant’anni più tardi quasi non ve n’è più traccia. Quando, negli anni ‘60, i dirigenti dell’ex
Unione Sovietica decisero di sviluppare massicciamente la coltivazione del cotone, costruirono canali di irrigazione,
deviando il Syr-Daria e l’Amou Daria,i due fiumi che alimentano il lago.Il livello di questo lago,considerato una sorta di mare
interno, è andato drasticamente diminuendo. Se nel 1987 si distinguevano un “grande mare” al Sud e uno “piccolo” al Nord,
oggi il primo sembra definitivamente perso, con conseguenze gravissime per l’ambiente e le popolazioni locali.
Ma l’acqua non è minacciata solo quando è sfruttata in modo massiccio. La contaminazione delle acque per opera dei
chimici utilizzati nello sbiancamento e nella tintura non è meno grave. Vicino agli impianti di sbiancamento di Tirupur,
in India,le falde sotterranee sono talmente contaminate che per reperire acqua per cucinare e bere bisogna cercarla in sorgenti
lontane centinaia di chilometri.
Diritti negati
Il mondo dei tessili può raccontare storie di ordinario sfruttamento di lavoratori e di risorse: un triste filo che unisce gli
artigiani del Nepal con le fabbriche dell’Argentina e i braccianti delle piantagioni del Mali. Mille aspetti di un’unica realtà
che si muove all’interno di un sistema che pone al centro del suo interesse la questione economica, senza considerare i
diritti umani e la salvaguardia dell’ambiente.
La violazione permanente dei diritti dei lavoratori, lo sfruttamento minorile, gli ostacoli alla libertà sindacale, l’assenza
totale delle misure di sicurezza e di controllo nelle fabbriche. Questa è la realtà del commercio globale del tessile e dell’abbigliamento,
cresciuto di 60 volte negli ultimi 40 anni. Le esportazioni di abbigliamento ad alta intensità di manodopera ad
oggi costituiscono il 57% del totale.
Cina, Bangladesh, Turchia, India, Bulgaria, Indonesia, Romania. Paesi che in comune hanno un triste primato: i diritti più
elementari dei lavoratori nell’industria dell’abbigliamento sono pressoché ignorati.
Casi di quotidiana eccezionalità
In India, la produzione di sementi ibride di cotone presenta dei costi di produzione molto elevati, di cui circa il 60%
sono destinati alla manodopera. Nel 2003-2004 nel solo Stato del Gujarat, questa produzione ha impiegato 91.000 bambini
dagli 8 ai 14 anni, ossia il 31,8% del numero totale dei lavoratori del settore in questa stessa regione.
Nel Karnataka, un altro Stato indiano, due terzi dei lavoratori assunti in venti fattorie erano bambini dagli 8 ai 14 anni. Di
questi l’88% è costituito da bambine. Perché questo triste privilegio per le bambine? Se normalmente il salario dei bambini
è più basso di quello degli adulti, le bambine sono anche considerate più docili,facili da controllare,lavorano con maggior
concentrazione e più a lungo.Il salario dei bambini è mediamente del 25% inferiore rispetto a quello delle donne adulte
e rappresenta circa la metà di quello degli uomini.
Ma anche per gli indiani adulti le cose non vanno bene: lavorando per lunghe ore senza indumenti e protezioni adeguate,
questi lavoratori sono esposti a sostanze tossiche che possono colpire il sistema nervoso e sviluppare allergie. Se si
lavora in una produzione che occupa il 5% del territorio agricolo nazionale, utilizzando più della metà dei pesticidi consumati
in tutto il paese, non ci si stupisce che questa concentrazione di veleni porti problemi di salute come mal di testa,
debolezza, convulsioni, disorientamento e problemi respiratori.
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Sempre in India, a Vedasanthur come a Tirupur, la maggioranza degli operai delle filature si vedono proibire l’esercizio
dei loro diritti sindacali.Coloro che tentano di creare un sindacato o di iscriversi ad uno esistente sono rapidamente licenziati
quando il datore di lavoro lo viene a sapere. Questi si affretta ad avvisare tutti gli altri datori di lavoro della regione, rendendo
così la ricerca di un nuovo impiego quasi impossibile.
Particolarmente delicata è la situazione delle donne, che costituiscono la maggioranza della manodopera nelle filature
e nelle fabbriche di confezionamento. In generale, le donne sono maggiormente esposte a ingiurie, minacce, abusi sessuali
e discriminazioni. Le ragazze assunte nelle filature di Tirupur non possono bere acqua sul luogo di lavoro, hanno a disposizione
una sola toilette per 200 lavoratori, lavorando in condizioni poco salubri e insicure. Sempre a Tirupur, le macchine
utilizzate sono obsolete e pericolose e i kit di pronto soccorso,presenti nella maggior parte dei luoghi di lavoro,sono spesso
collocati in punti inaccessibili ai lavoratori.
In Cina, nel periodo di punta, il tempo di lavoro è spesso di 10/14 ore al giorno, ossia dalle 2 alle 6 ore di straordinario
al giorno, 7 giorni su 7. Questa situazione non rispetta la legislazione nazionale del lavoro, la quale sancisce un orario settimanale
di 40 ore con un massimo di 36 ore di straordinari al mese.
Al contrario, in periodo di bassa produzione gli operai lavorano solo in modo sporadico e sono semplicemente costretti
a prendere ferie non retribuite.
Incidenti in fabbrica: il triste primato del Bangladesh
L’11 aprile 2005 in piena notte in Bangladesh, 300 operai lavoravano nello stabilimento Spectrum alla produzione di
magliette, quando è crollato l’edificio che li conteneva. Bilancio: 64 morti, un centinaio di feriti e centinaia di operai senza
lavoro. Lo stabilimento produceva soprattutto per marchi europei. Questa catastrofe, una delle più grandi che abbia mai
conosciuto l’industria dell’abbigliamento del Bangladesh, era prevedibile. Lo stabilimento presentava importanti lacune in
materia di sicurezza. L’edificio era di 9 piani, mentre la licenza di costruzione ne autorizzava solo 4. Era stato costruito su un
terreno inondabile.Inoltre i macchinari del peso di 2-3 tonnellate,il cui funzionamento faceva tremare tutto l’edificio,erano
posti nei piani superiori…
Alla Kts Textile Industries di Chittagong sono morti in 63, il 23 di febbraio 2006, per un incidente causato da un corto circuito;
tra i morti ci sono bambine di 12, 13 e 14 anni e altre 100 persone sono rimaste gravemente ferite. Allo scoppio dell’incendio
più di 1.000 persone lavoravano nello stabilimento e pare che l’entrata principale fosse intenzionalmente chiusa.
Due giorni dopo, il 25 febbraio, uno stabilimento è crollato a Dhaka, a causa dell’attività di ristrutturazione non autorizzata
degli ultimi piani; 22 lavoratori sono morti e 50 sono rimasti feriti, mentre erano impegnati in una linea di produzione.
Sempre il 25 febbraio l’esplosione di un trasformatore alla Imam Group ha causato il ferimento di 57 lavoratori. Il 6 marzo
un ennesimo incidente ha colpito la Saiem Fashions causando tre morti e circa 50 feriti.
Secondo una recente indagine del Bangladesh Institute for Labour Studies, inoltre, nel 2005 sono morti 130 lavoratori
del settore abbigliamento e 480 sono rimasti feriti.
Indossare l’alternativa
È possibile stabilire relazioni commerciali che considerino i costi ambientali e sociali, valorizzino e rispettino la dignità
umana e pongano al centro il rispetto dei diritti e non il profitto? Lo scenario internazionale del mercato del cotone (e di
tanti altri prodotti scambiati nel mondo) fa pensare a una risposta pessimistica, ma c’è una rete di organizzazioni che da
anni lavora per rendere possibile l’alternativa e costruire una nuova concezione di commercio.
Il Commercio Equo e Solidale è un approccio alternativo al commercio convenzionale; esso promuove giustizia sociale ed
economica, sviluppo sostenibile, rispetto per le persone e per l’ambiente, attraverso il commercio, la crescita della consapevolezza
dei consumatori, l’educazione, l’informazione e l’azione politica. Il Commercio Equo e Solidale è una relazione paritaria fra
tutti i soggetti coinvolti nella catena di commercializzazione: dai produttori ai consumatori. Questa la definizione data dalla
Carta Italiana dei Criteri del Commercio Equo e Solidale, approvata e condivisa da AGICES (Assemblea Generale Italiana
del Commercio Equo e Solidale), associazione di categoria delle organizzazioni italiane impegnate in questo settore.
Le organizzazioni di Commercio Equo e Solidale realizzano una partnership basata sul riconoscimento di un giusto
prezzo per il lavoro svolto, l’attenzione alla sostenibilità sociale e ambientale, all’equità di genere e ai diritti dei bambini.
Attraverso la riduzione degli intermediari è possibile creare una filiera commerciale trasparente e affrontare la sfida di mercati
altamente iniqui come quello del cotone.
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Dal produttore..
L’attenzione delle organizzazioni di Commercio Equo e Solidale ai prodotti tessili si è sempre concentrata sulla fase di
confezionamento,inserendo in questo circuito virtuoso produttori artigianali depositari di tradizioni locali di lavorazione dei
filati e dei tessuti. Attraverso la rete del Commercio Equo e Solidale è stato possibile sostenere realtà come l’organizzazione
indiana Sasha, nata a Calcutta con l’obiettivo principale di fornire supporto e valorizzazione ai prodotti dei gruppi più
svantaggiati della società indiana. Oggi Sasha coordina la produzione di oggetti di artigianato, alimenti naturali, prodotti
cosmetici e tessili di una cinquantina di gruppi e di circa quindici comunità di villaggio. L’80% dei produttori con cui lavora
l’organizzazione sono donne e l’impegno di questi anni ha assicurato il loro rafforzamento sociale ed economico.
Sempre in India, contesto dall’enorme ricchezza naturale e culturale, si è sviluppato il Gandhi Rural Rehabilitation
Centre (GRRC).Nata come centro di formazione professionale in un laboratorio tessile, l’organizzazione di ispirazione gandhiana
è cresciuta annettendo una sartoria per confezionare stoffe in cotone tessute e ricamate a mano secondo l’antica
tradizione di Madras. Il GRRC cerca di soddisfare i bisogni dei più deboli, di dare un senso di dignità a chi da sempre è
stato escluso. Nasce per offrire possibilità lavorative a persone portatrici di handicap che altrimenti non avrebbero nessun
accesso al mercato del lavoro. Gli utili del centro vengono destinati al finanziamento dei servizi sociali voluti dai disabili
stessi e fondamentali per uno sviluppo armonico della regione di Alampundi.
Dall’Asia all’Africa, la solidarietà si intreccia con la tradizione e la costruzione di mondi diversi. In Kenya, negli slum di
Korogocho, alla periferia di Nairobi, il futuro si costruisce spalla a spalla, in swahili, Bega Kwa Bega. Da quest’espressione
prende nome un coordinamento di gruppi di autoaiuto formato da donne e uomini che sono passati dalla prostituzione
e la delinquenza ad attività dignitose, attraverso l’apprendimento di un mestiere e lo sviluppo delle proprie abilità artigianali.
Oltre a ricavare fibre dall’agave e dal banano per trasformarle in cesti, gli artigiani di Bega Kwa Bega, confezionano
borse di cotone che portano i colori della speranza e del riscatto.
...alla Bottega del Mondo
Nella filiera del Commercio Equo e Solidale i produttori sono il capo di un filo che unisce Nord e Sud del mondo. Da una
parte organizzazioni che coordinano e forniscono servizi e assistenza a contadini e artigiani dei paesi in via di sviluppo, dal-
l’altra organizzazioni che lavorano per creare un’economia di giustizia. Le Centrali di Importazione (o importatori) sono
le organizzazioni che in via prevalente gestiscono il rapporto commerciale con i gruppi produttori secondo le regole e i
principi del Commercio Equo e Solidale. Oltre a fornire condizioni commerciali favorevoli, gli importatori sviluppano spesso
progetti di cooperazione, sostegno all’accesso al credito e consulenza per lo sviluppo dei prodotti. La matassa si dipana
fino a giungere dietro casa nostra, nelle Botteghe del Mondo: luoghi di incontro, informazione e consumo alternativo
dove trovare i prodotti del Commercio Equo e Solidale e le storie dei produttori.
Oggi in Italia, in quasi 20 anni di esperienza di Commercio Equo e Solidale, sono presenti una decina di Centrali di
Importazione e circa 500 Botteghe del Mondo, una trama fitta che sostiene un movimento costituito da almeno 5.000
volontari e un numero sempre crescente di operatori impegnati lavorativamente in questo circuito, che tocca un’utenza –
più o meno assidua – di oltre 6 milioni di acquirenti all’anno (di cui circa 1 milione acquista almeno una volta al mese prodotti
equi). Si stima che grazie al Commercio Equo e Solidale 5 milioni di persone siano uscite dalla soglia di povertà (condizione
di chi vive con meno di un dollaro al giorno) attraverso l’accesso a un mercato che ha sempre più consumatori sensibili
e attenti a dare un senso alle scelte di consumo.
I prodotti che colorano e danno vita alle Botteghe del Mondo sono il segno concreto e tangibile del cambiamento.
Prodotti alimentari e artigianali dall’Africa, dall’Asia e dall’America Latina che sono arrivati fino a noi rispettando i criteri del
Commercio Equo e Solidale lungo tutta la filiera.
Una filiera particolare: in Argentina si tesse il futuro!
Realizzare un prodotto tessile equo e solidale al 100%. E’ questa la sfida che le organizzazioni di Commercio Equo e
Solidale stanno affrontando con l’entusiasmo dei pionieri che spostano un po’ più in là l’orizzonte. Il processo produttivo
di un prodotto tessile, infatti, è complesso e spezzettato in molte fasi, che nel mercato globale avvengono attraverso più
viaggi intorno al pianeta (dalla coltivazione del cotone alla filatura, passando per la tintura, il taglio, il confezionamento). Da
qualche tempo, Ctm altromercato,principale importatore italiano,sta sviluppando in Argentina,paese simbolo delle conseguenze
di un mercato globale senza regole, una nuova prospettiva: costruire una filiera tessile produttiva e commerciale
integralmente ispirata ai principi del Commercio Equo e Solidale, dal produttore alla Bottega del Mondo.
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La filiera equa altromercato è gestita da gruppi di produttori, tutti organizzati democraticamente al loro interno,
che controllano coltivazione e lavorazione e garantiscono un prodotto pulito a livello ambientale e sociale.
Un sistema che dimostra come sia possibile uscire dal ricatto della competitività del mercato internazionale che spesso
favorisce la delocalizzazione in paesi deboli sul piano politico e sindacale e forti dal punto di vista dell’offerta di manodopera
a basso costo, flessibile, informale, migrante e femminile.
La prima tappa: il cotone della “Pampa del Indio”
La filiera equa altromercato inizia dalla raccolta del cotone nelle piantagioni del Chaco, dove l’Asociacìon Civil Unión
Campesina riunisce contadini indigeni di etnia Toba che coltivano il cotone della “Pampa del Indio”, in Argentina, utilizzando
sementi tradizionali, NO OGM e senza l’utilizzo di prodotti chimici. La “Pampa del Indio” rientra nell’area del Chaco,
una regione desertica molto ampia che dall’Argentina si estende sino al Paraguay, al Perù e alla Bolivia. In questa regione
si produce il 90% del cotone argentino. Una realtà fuori dai contesti urbani, senza accesso all’acqua potabile e all’elettricità.
Piccoli appezzamenti di terra comunitaria, dove l’unica fonte di reddito è il cotone, il resto è agricoltura di sussistenza.
Per una decina d’anni la raccolta e la produzione di cotone sono rimaste bloccate a causa del calo del prezzo, diventato
talmente basso da non permettere di coprire neanche i costi di manodopera. Pochi anni fa il governo locale ha offerto
un supporto alle famiglie dell’Unión Campesina,donando i semi e i macchinari per riprendere la produzione.Nel 2005,Ctm
altromercato ha avviato con questo gruppo una collaborazione, acquistando direttamente il cotone ad un prezzo equo,
ossia un prezzo minimo garantito definito insieme all’associazione. Nella stagione 2005-2006 il prezzo equo pagato da
Ctm altromercato è risultato superiore del 25% rispetto al prezzo di mercato (il 2005-2006 è stata una stagione con prezzi
particolarmente elevati per la scarsa produzione: prendendo in considerazione la stagione precedente il prezzo equo fissato
da Ctm altromercato è pari quasi al doppio del prezzo di mercato).
Il cotone viene acquistato direttamente dai contadini nei campi e Ctm altromercato si occupa del trasporto e delle fasi
successive di lavorazione. In questo modo viene eliminato il ruolo degli acopiadores, ossia di quegli intermediari speculativi
che, approfittando della mancanza di mezzi di trasporto della comunità indigena, acquistano il cotone dai contadini ad
un prezzo molto basso rivendendolo in città anche al doppio. Il Commercio Equo e Solidale sostituisce la logica del massimo
profitto con quella delle relazioni sostenibili tra le persone coinvolte nell’attività economica: comprando direttamente
dai Toba è possibile pagare un prezzo più alto. Oltre all’acquisto del cotone ad un prezzo equo, Ctm altromercato assiste
l’Asociaciòn Civil Unión Campesina fornendo gratuitamente un servizio di assistenza tecnica durante tutta la fase di
semina e raccolta del cotone grazie a personale tecnico locale.
Inoltre, è in fase di studio e raccolta fondi un progetto per l’acquisto di una mini sgranatrice e la costruzione di un
magazzino per la realizzazione di un centro di raccolta e sgranatura del cotone direttamente presso l’associazione dei contadini.
Attualmente la sgranatura, ossia il processo che separa la fibra dai semi, avviene a circa 50 chilometri dalla zona di
raccolta, da una cooperativa locale che trattiene i semi del cotone sgranato come compenso. La fibra senza semi passa poi
a un impianto di filatura che dista 100 chilometri dalle piantagioni sempre nella regione del Chaco.
Il cotone Ctm altromercato si ottiene con metodi interamente naturali,facendo ricorso a tecniche tradizionali che,limitando
al massimo l’impatto sull’ecosistema, potrebbero porre un freno importante al processo di desertificazione in corso
nella regione. È quasi del tutto assente l’uso della tecnologia esterna, di agenti agro-chimici e di fertilizzanti. È una coltivazione
attenta alla biodiversità che riesce a mantenere la quantità di insetti infestanti e la percentuale di patologie vegetali
molto bassa.
La seconda tappa: la tessitura
In questa tappa della filiera equa altromercato incontriamo la toma, una fabbrica cosiddetta “recuperata” dalla
Cooperativa Textiles Pigüé situata a 600 chilometri da Buenos Aires, nella pampa argentina. Pigüé è una piccola cittadina
di circa 20.000 persone, la cui economia si basa fondamentalmente sulla coltivazione e l’allevamento in grandi estensioni
di terra. La Gatic SA, uno dei più importanti gruppi industriali del paese, aveva installato qui uno dei suoi 15 impianti
produttivi, per la produzione e tintura di tessuto per capi di abbigliamento e calzature. La fabbrica dava lavoro a più di
500 persone, ma durante la grave crisi argentina ha chiuso, lasciando senza impiego tutti i lavoratori. Fra loro, però, 150
persone non si sono arrese ed hanno dapprima occupato la fabbrica (sottoponendosi anche ad una forte repressione della
polizia) e poi – come avvenuto in diversi casi in Argentina dando vita al movimento delle cosiddette “fabbriche recuperate”
– sono riuscite ad ottenere legalmente la gestione dell’impianto in comodato gratuito, diventando, nei fatti, impren
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ditori dell’azienda di cui prima era “solo” operai. Oggi, quindi, questi operai-imprenditori hanno costituito la cooperativa e
portano avanti l’attività, anche grazie al progetto altromercato.
Dal punto di vista produttivo l’impianto è in ottimo stato con macchinari di prima qualità. Importante anche il patrimonio
di conoscenze tecniche dei 150 operai e tecnici della cooperativa.
Oggi,la grande sfida per la cooperativa è quella del reinserimento nel mercato,insieme alla necessità di inventarsi nuove
forme organizzative e dimostrare che una forma di gestione del lavoro cooperativa non è solo una risposta ad un periodo
di crisi, ma una soluzione alternativa economicamente sostenibile. La produzione e la tintura del tessuto della filiera equa
altromercato sono interamente affidati a questa cooperativa, che può usufruire dell’opportunità concreta di aumentare la
produzione annuale e la propria sostenibilità.
La fabbrica è gestita con modalità che coincidono completamente con i criteri del Commercio Equo e Solidale, per la
forte attenzione alla dimensione cooperativistica, ai processi democratici e alla suddivisione del valore creato. Da qui il
batuffolo di cotone del Chaco esce trasformato in tessuto già tinto.
La terza tappa: il confezionamento
Dalla fabbrica di Pigüé il tessuto si sposta a La Matanza,distretto periferico di Buenos Aires, dove piccoli laboratori gestiscono
il confezionamento e l’imballaggio. Si tratta di piccoli centri produttivi che offrono opportunità degne di lavoro
soprattutto a personale femminile.Protagonista del cambiamento è la Cooperativa Juanita, una piccola cooperativa creata
da ex disoccupati della zona. La cooperativa fa parte del Movimiento de los trabajadores desempleados de la
Matanza (MTD).Un’esperienza simile a quella della fabbrica “recuperata”,diversa però nella soluzione:un gruppo di disoccupati
provenienti da diverse fabbriche ha dato vita ad una nuova realtà,una sorta di “centro sociale culturale”in cui si stanno
sperimentando diverse realtà produttive, tra cui quella di un laboratorio di confezionamento tessile. In questa cooperativa
avviene il confezionamento del prodotto, ossia il taglio e cucito, il decoro e l’etichettatura.
Il MTD nasce e si sviluppa in un contesto caratterizzato da fortissima disoccupazione (oltre il 18% nel 1995), frutto di un
processo di cambiamenti strutturali e di sconfitte sul piano della lotta politica e ideologica. Per capovolgere la situazione,
il MTD si pone come obiettivo a lungo termine di superare le contraddizioni del sistema capitalista, scegliendo la modalità
dell’autorganizzazione dei lavoratori.
Il MTD non ha mai ceduto all’assistenzialismo: ha rifiutato i cosiddetti planes trabajar e le bolsas de comida (interventi
riconducibili all’assistenzialismo statale); è rimasto vicino all’associazione Madres de Plaza de Mayo nei momenti più difficili
ha creato nuove varianti di impegno concreto, diventando una delle organizzazioni politiche di disoccupati argentini
più avanzata. I suoi militanti hanno, inoltre, dimostrato una grande sensibilità rivendicando la libertà per i prigionieri politici;
hanno occupato e coltivato terreni; hanno creato un Centro Comunitario; hanno mandato in onda per 4 anni un programma
radiofonico settimanale; hanno fondato una casa editrice (MTD Editora) e pubblicato il primo libro sull’esperienza
del Social Forum Mondiale di Porto Alegre (Brasile); hanno da poco inaugurato una scuola, il Centro di Formazione
Comunitaria; hanno coinvolto studenti, docenti e intellettuali partecipando ai dibattiti dell’Università.
Tanti soggetti diversi uniti tra di loro per creare la prima filiera tessile equa e solidale.
Le informazioni e i dati indicati in queste pagine sono tratti dal Dossier
“Cotone sulla Pelle” di Ctm altromercato
www.altromercato.it
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Fair Play è stato realizzato nell’ambito di Playing Fair Alternatives, progetto di educazione allo sviluppo
che mette in rete 8 organizzazioni di 5 paesi europei. Educare alla solidarietà, alla consapevolezza del
nostro ruolo di consumatori del Nord e alle conseguenze globali delle nostre scelte di vita sono gli obiettivi
che Playing Fair Alternatives vuole raggiungere giocando. La nostra visione di un mondo diverso passa
attraverso la scelta di utilizzare nuovi linguaggi per comunicare il cambiamento possibile: il mercato del coto
ne e il Commercio Equo e Solidale raccontati con FAIR PLAY.
Playing Fair Alternatives entra anche a scuola: giochi di ruolo e nuove metodologie spiegate agli insegnanti
per portare in classe l’economia internazionale e la sostenibilità dei consumi.
Playing Fair Alternatives ti rende spett-Attore: un palco grande come il mondo e il teatro come strumento
di comunicazione ed informazione per scoprire la realtà dei produttori del Sud e vivere da protagonista
il nostro ruolo di cittadini globali.
Playing Far Alternatives stimola la curiosità e invita all’approfondimento con strumenti didattici per
insegnanti, formatori e consumatori attenti.
Per saperne di più sulle iniziative e sui prodotti realizzati nell’ambito di Playing Fair Alternatives visita
www.commercioequo.org
Playing Fair Alternatives è
• coordinato da Pangea-Niente Troppo (Roma, Italia)
• in collaborazione con Gaia Education Centre (Salonicco, Grecia), Finis Terrae (Bari, Italia), Koperattiva
Kommerc Gust (Valletta,Malta),Mondo Solidale (Ancona,Italia),La Tortuga (Padova,Italia),Reviravolta
(Porto, Portogallo), Society for Fair Trade and Development Education (Brno, Repubblica Ceca) ,
Unsolomondo (Bari, Italia)
• con il cofinanziamento della Commissione Europea
• con il supporto di Ctm altromercato (Verona,Italia)
Stampa delle carte da gioco:
Carta Mundi (Turnhout,Belgio)
Stampa delle plance giocatore, del tabellone di gioco e delle istruzioni:
Studio Inprinting (Roma, Italia)
Lo zaino che contiene Fair Play è un prodotto del Commercio Equo e Solidale, realizzato da Usha (Bangladesh)
e importato da Altraqualità (Ferrara, Italia)
La stampa serigrafica dello zaino è stata curata dalla cooperativa Iranozoi-Critical Shirts (Roma, Italia)
e realizzata dalla coopertiva sociale ABC (Roma, Italia)
prodotto a Roma nel maggio 2007
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Pangea-Niente Troppo è il frutto della fusione fra due organizzazioni romane,la Cooperativa Sociale
Pangea (nata nel 1991 come Associazione, trasformatasi nel 1993 in Cooperativa e nel 2003 in Cooperativa
Sociale) e la Cooperativa Sociale Niente Troppo (nata nel 2001 come Associazione, trasformatasi nel 2003 in
Cooperativa Sociale).
Pangea-Niente Troppo è oggi una Cooperativa Sociale, organizzazione senza fini di lucro, il cui scopo è
diffondere il Commercio Equo e Solidale e la Finanza Etica come strumenti di cooperazione e di tutela dei
diritti umani. Opera a Roma, dove gestisce tre Botteghe del Mondo, negozi specializzati in prodotti del
Commercio Equo e Solidale e della finanza etica, in cui trovare non solo merci, ma idee e spunti di riflessione
sullo sviluppo sostenibile, sulla giustizia sociale ed economica, sul consumo responsabile.
Oltre alla gestione delle Botteghe, Pangea-Niente Troppo svolge attività culturali e di educazione allo
sviluppo: anche grazie al sostegno della Commissione Europea ha realizzato pubblicazioni di materiali infoeducativi,
percorsi ed itinerari didattici nelle scuole di ogni ordine e grado, corsi di formazione per insegnanti,
educatori e operatori di Botteghe, nonché incontri e seminari per il pubblico in generale. La Cooperativa, inoltre,
promuove iniziative a sostegno delle campagne di sensibilizzazione e di boicottaggio a cui aderisce.
Alla diffusione culturale del Commercio Equo e Solidale, si affianca la fornitura di Servizi Solidali per
aziende e privati: dal confezionamento di cesti natalizi alla regalistica dedicata, bomboniere e liste nozze,
organizzazione di rinfreschi e banqueting in occasione di feste, convegni o corsi. La Cooperativa sostiene
gruppi d’acquisto e diffonde i prodotti equosolidali nei negozi tradizionali, offre in comodato gratuito macchinette
del caffè e distributori automatici di bevande e snack.
Pangea-Niente Troppo coopera con diverse realtà locali, nazionali ed internazionali, è socia del
Consorzio Ctm altromercato ed è iscritta al Registro AGICES (Registro Italiano delle Organizzazioni di
Commercio Equo e Solidale).
Sede sociale e Ufficio
00161 Roma – via Arezzo, 6 – Tel./Fax 06 44290815
Email: pangea@commercioequo.org
www.commercioequo.org
Botteghe del Mondo
00198 Roma – via Reno, 2d – Tel. 06 8416600
00161 Roma – via Arezzo, 6 – Tel. 06 44290876
00139 Roma – via Cinigiano, 75/77 – Tel. 06 88641750
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